Il blocco creativo del blogger

Ho passato l’ultima settimana a farmi domande senza riuscire a scrivere, in preda ad un blocco creativo. vi è mai capitato?

Per un blogger, il blocco creativo è il panico, un loop che si arrotola su se stesso senza via d’uscita. Da quando ho iniziato a scrivere su un Blog ho avuto alti e bassi, come è normale che sia, ma mai un vero e proprio blocco creativo.

inaspettatamente è successo anche a me la settimana scora. Che fare? Ho subito cercato di condividere questo omento di impasse con chi pensavo potesse capire quello che mi stava succedendo. Ho pensato che Facebook potesse essere utile come strumento di condivisione e confronto, così ho postato il mio messaggio. In effetti, ho ricevuto molti consigli e suggerimenti su come uscire da questo momento buio.

Neanche a farlo apposta, nel giro di qualche ora, la mia attenzione è caduta su un post scritto da Claudia Boccini dal titolo “Cambiare prospettiva per cambiare me stessa”. Nel post, Claudia fa una riflessione sulla necessità di cambiare prospettiva, di uscire da quella che lei chiama confort zone, la routine,  per andare in contro a se stessa ed aprirsi a nuove possibilità.

Claudia, come me, interroga se stessa, ma pone una domanda anche ai suoi lettori. Io le ho fatto una promessa, che in realtà era una promessa a me stessa. Le ho detto che avrei risposto al suo post con un nuovo post ed eccomi qui.

Come ho già raccontato nel primo post di questo Blog, tre anni fa mi sono trovata a dover forzatamente cambiare prospettiva. Tutto l’impegno di anni di studio e di lavoro finiti nel cestino e allora che fai? Ti inventi un’altra vita, riparti da zero!

Io ho deciso di ripartire da quello che mi piaceva, mi sono rimessa sui libri e ho voltato pagina. Ho iniziato a parlare dei miei viaggi entrando così nell’incredibile mondo bel blogging, mi sono avvicinata ai social media come preziosissimo strumento di lavoro, ho imparato ad usare un CMS e soprattutto ho conosciuto gente super e vissuto nuove entusiasmanti esperienze.

Qualcuno mi ha presa sul serio e mi ha persino pagata per il lavoro che stavo facendo. Oggi ho due Blog miei, scrivo su trippando.it, uno dei maggiori blog italiani, Sono social media manager di diverse aziende, realizzo siti web con i principali CMS e sto dando vita ad una start up.

Guardare il mondo da una prospettiva diversa mi ha fatto bene. Se non mi fosse capitato tutto quello che vi ho raccontato in questo post, qualche settimana fa, forse non avrei avuto la forza di cambiare prospettiva.  A volte, quello che può sembrare un evento negativo, può rivelarsi una grande fortuna se solo si riesce a guardare le cose con occhi diversi.

Vi starete chiedendo cosa c’entra tutto questo con il blocco creativo del blogger e ve lo spiego subito.

Un blocco creativo può arrivare per diverse ragioni. Un calo dell’entusiasmo iniziale, un momento di stress, i pensieri che si affollano, la mancanza di concentrazione, sono tra le cause più comuni. Scrivere è un piacere, ma non sempre abbiamo qualcosa da dire o vogliamo farlo. Per me la scrittura è una cosa molto personale ed io sono un tipo piuttosto introverso perciò, a volte devo lavorare su me stessa.

Il punto però non è perché il blocco arrivi. Prima o poi tocca tutti. La questione è come uscire da questa situazione di stasi? La mia risposta è: cambiare prospettiva! Andare in un’altra direzione, staccare, fare una pausa, prendere una boccata d’aria nuova.

Come i blogger sanno bene, non sempre si è ispirati, ma quando i tuoi lettori, o peggio i tuoi committenti, si aspettano che tu scriva, non hai scuse: devi farlo!

Voi come vi comportate in questi casi?

 

blocco creativo

Volevo correre la deejay ten

Era dallo scorso anno che volevo correre la deejay ten, la “maratona” (si, lo so che non sono 42km) non competitiva di 10km organizzata da Radio deejay. Nel 2015 mi sono decisa troppo tardi e non sono riuscita ad iscrivermi, così quest’anno c’ho pensato per tempo.

deejay ten

Non ho mai partecipato ad un evento di questo tipo. A scuola, pur praticando uno sport diverso dalla corsa, mi chiamavano sempre per i Giochi della Gioventù perché, non so come, riuscivo ad arrivare sempre tra le prime tre. Dai 23 anni, sino a due o tre anni fa, ho praticato la corsa più o meno sempre come attività sportiva principale, ma allenandomi da sola e mai in modo competitivo.

La corsa è uno sport che può regalarti grandi emozioni. Non tutti la amano. Molti la trovano noiosa o forse troppo faticosa. Fatto è che sempre più gente se ne innamora e negli ultimi anni è esploso un vero e proprio boom.

Correre vuol dire disciplina, impegno, sacrificio, concentrazione, sofferenza, ma anche introspezione, sfida con se stessi, superamento dei propri limiti e conoscenza del proprio corpo. Il corridore può contare solo su se stesso e questo lo aiuta nella sfida con la vita.

Molti top manager hanno scelto la corsa come metodo di allenamento e autodisciplina. Lo scrittore Haruki Murakami fa della corsa uno stile di vita e lo racconta nel suo libro L’Arte di Correre, diventato un must sia della letteratura che per tutti gli appassionati.

Io non correvo ormai da un paio d’anni, da quando non lavoro più in teatro e ho iniziato ad allenarmi per il coastal rowing (canottaggio per intenderci). Sono passata ad un altro sport bello tosto, di resistenza  e forza, che come la corsa ti entra dentro e ti cambia, ma con il vantaggio che da seduta non vado a sforzare le mie povere ginocchia, piuttosto malconce, ma soprattutto per una brutta distorsione che mi ha lesionato i legamenti di caviglia e ginocchio destro e che da un anno e mezzo mi dà parecchio fastidio.

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Volevo correre la deejay ten per provare l’esperienza, per vedere se posso ancora farcela (se voglio), per rimettermi in gioco e soprattutto per divertirmi. Questa manifestazione non competitiva era per me l‘occasione ideale per respirare una sana atmosfera sportiva. 

Ho corso senza essere uscita nemmeno una volta, anche solo per una corsetta intorno all’isolato,  nei giorni precedenti. quando mi sono iscritta ho pensato di allenarmi un po’, almeno un paio di volte, poi ho pensato che la sfida sarebbe stata ancora più bella se avessi corso i 10km così, senza preparazione.

Anche a scarpe non ero messa bene. Le mie vecchie Mizuno erano ultra scariche e questo mi preoccupava più del fiato o delle gambe, ma quelle avevo.

La deejay ten prevede un percorso da 5 ed uno da 10km. I cinque non li ho mai presi in considerazione (le cose o si fanno bene o non si fanno affatto), i dieci invece sono una bella distanza. Da buona fondista bradicardica, quale sono,  ho pensato che 10km avrei potuto farli ad occhi chiusi, ma, sono sincera, ho valutato anche l’eventualità di fermarmi, nel caso in cui le ginocchia o la caviglia avessero iniziato a darmi fastidio.

Sono partita rilassata, chiacchierando con gli amici con cui ho partecipato. L’atmosfera era magica, migliaia di persone, con queste maglia rosso corallo che sono partite all’unisono sotto un cielo plumbeo che improvvisamente si è riempito di colore, con i coriandoli che sono stati lanciati allo start. C’erano atleti esperti, appassionati, gente comune… di tutto. Insomma, una grande festa della corsa con il Trio Medusa, la Pina e gli altri di Radio deejay ad animarla dal loro palco.

Arrivata al quinto km, è scattata qualcosa ed ho iniziato a concentrami su me stessa e mi sono isolata dal gruppo. i piedi mi facevano male. Non essendo più allenata la pelle delle dita è molto sensibile e le scarpe non idonee di certo non aiutano. Le ginocchia stranamente non davano problemi. Il fiato c’era in abbondanza e le gambe potevano tirare, così ho messo il cruising speed di default, ho smesso di pensare ai piedi e ho puntato dritto al traguardo.

deejay ten

Ho tagliato il traguardo della deejay ten a 01:00:04! Non male per una che non si allena da qualche anno, che ha corso l’ultima volta oltre un anno fa, ha le ginocchia e la caviglia andate e le scarpe vecchie. Resto comunque la vecchia gazzella di un tempo.

Un’ora e quattro secondi di puro sport, di libertà di sudore sotto la pioggia battente. Una emozione indescrivibile che solo la corsa può regalarti. Posso dirmi soddisfatta di questa bellissima giornata!

deejay ten

Voi avete mai provato l’emozione di una competizione sportiva come la maratona?

 

Primark apre in Italia (ma io preferisco i negozietti)

Primark apre in italia! La notizia circola sul web ormai da giorni. Per chi non lo sapesse Primark è una catena di abbigliamento low cost, nata in Irlanda nel 1969 e diventata molto popolare in UK.

L’apertura del primo negozio, prevista per maggio 2016, avverrà ad Arese, in provincia di Milano, all’interno di quello che sarà il più grande centro commerciale d’Europa (l’Arese Shopping Center), che sta sorgendo nell’area dell’ex stabilimento dell’Alfa Romeo.

L’evento è attesissimo, in Italia. La catena, al momento, è già presente in altri Paesi europei come Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Spagna, Portogallo e Austria, oltre che negli USA ed in Irlanda.

Primark non è l’unico colosso che approderà in Italia, ma pare che sarà affiancato da un’altra novità assoluta: Starbucks, il coffee shop americano più famoso del mondo.

Insomma una bella novità che porta sicuramente tanto fermento, ma cosa ben più importante, diversi posti di lavoro… o almeno, così sembra.

Happy days, direbbero gli inglesi! C’è veramente da essere contenti?

Per ogni centro commerciale che si apre nel mondo, un piccolo negozietto di città chiude, le vie dello shopping finiscono per assomigliarsi sempre di più, la qualità dei prodotti è sempre più scadente e lo sfruttamento dei lavoratori nei paesi poveri aumenta.

Anyway, non voglio cadere in discorsi retorici e senza via d’uscita. Ogni medaglia ha il suo retro, c’è poco da fare!

Nanà a Molfetta
Nanà a Molfetta

Quello che so è che a me piacciono da matti i negozietti di città, quelli con le vetrine tutte colorate come Nanà, in cui puoi trovare di tutto e nulla è scontato; quelli chicchissimi che gli stranieri ci invidiano come Ijo design oppure quelli che al loro interno racchiudono un vero e proprio laboratorio artigianale come Marcella Renna. Vi ho parlato di questi negozietti qualche mese fa su trippando.it nell’ambito del tema #Insiders.

Marcella Renna nel suo laboratorio di ceramica a Bologna
Marcella Renna nel suo laboratorio di ceramica a Bologna

Ho la fortuna di abitare in centro, che per il traffico non è proprio il massimo della vita, ma quei pochi giorni dell’anno in cui “sono domiciliata” a casa mia (he he he), ho il grande vantaggio di poter fare tutte le mie spese sotto casa.

Dopo anni di città come Bologna, Roma, Milano e di grandi negozi, centri commerciali e ipermercati, ho riscoperto il piacere dei negozietti. Comprare le verdure fresche di stagione dal fruttivendolo di fiducia, le uova all’ultimo secondo nella salumeria sotto casa e passeggiare lungo il corso principale della città la sera, guardando le vetrine, sono piccoli piaceri della vita che stiamo perdendo.

Io con la mia fighissima shopping bag di Primark, in Irlanda
Io con la mia fighissima shopping bag di Primark, in Irlanda

Poi, lo ammetto anch’io in Irlanda ho comprato una borsa fighissima da Primark che ho pagato 2,00 € e che adoro, ma volete mettere con tutte le cose figherrime che si possono trovare in un negozietto, come le meravigliose creazioni di Nanà Creations?!

Una delle bellissime collane di Nanà Creations
Una delle bellissime collane di Nanà Creations

E voi come la pensate? Dove vi piace fare shopping?

La mia opinione su The Danish Girl

The Danish Girl è decisamente il film del momento! In questo post potete leggere la mia opinione.

photo credits The Danish Girl
photo credits The Danish Girl

Tratto dall’omonimo romanzo di David Ebershoff, uscito nel 2000 ed ispirato alla storia di Einar Wegener/Lili Elbe e sua moglie Gerda; diretto da Tom Hooper, già regista di The King’s Speech e Les Misérables; plurinominato in vari festival tra Venezia e L’Academy Awards; The Danish Girl è un film tanto apprezzato dalla critica quanto contestato da alcuni movimenti femministi e transessuali, per non essere totalmente fedele alla storia reale e per la scelta di un attore cisgender (Eddie Redmayne), nel ruolo del protagonista.

Potete approfondire l’argomento qui: The TelegraphThe TelegraphThe Guardian

Amo il cinema, insieme alla danza è la forma d’arte che preferisco. Mi definirei onnivora di cinema, con questo non intendo dire che non abbia i miei gusti e le mie preferenze (eccome se ne ho), ma della settima arte mi piace tutto. La visione di un film, in una sala cinematografica, mi cambia sempre un po’ la vita. Le immagini toccano la mia sensibilità e mi emozionano, portandomi ad una dimensione di estasi, al limite dell’onirico. Non è forse questo il fine ultimo dell’Arte?

Ho visto The Danish Girl due giorni fa e voglio parlarmene perché, al di là del giudizio estetico, mi ha emozionata profondamente.

photo credits The Danish Girl
photo credits The Danish Girl

A me personalmente è piaciuto molto. Regia, fotografia e scene, per cui è anche stato candidato all’Oscar, sono magistrali. Interpretazioni brillanti. Tra tutte, quella di Alicia Vikander (Gerda), che questa notte le ha portato un Oscar come miglior attrice non protagonista. I dialoghi, mi sono piaciuti un po’ meno, ma temo che sia dovuto al doppiaggio. Questo, tuttavia, resta il mio personalissimo giudizio, di cui ho già detto che non mi interessa parlare qui.

Quello che invece desidero condividere con voi è la mia opinione sui contenuti di questo film e sulle tematiche affrontate.

foto d'archivio
foto d’archivio

Seppure frutto di una interpretazione, prima letteraria e poi cinematografica, la storia di Einar/Lili, l’artista danese che nei primi del ‘900 decise di sottoporsi al primo intervento chirurgico di transizione di genere, supera la fantasia e si rivela metafora di temi universali.

Argomenti come omosessualità, transizione, famiglia, identità, genitorialità, amore, tolleranza non sono mai stati tanto attuali come in questo periodo storico. The Danish Girl li affronta con delicatezza, rispetto ed intelligenza. Nel momento in cui Einar si scopre Lili o forse ne acquisisce solo consapevolezza, si apre una crisi interiore che lo/la porta a concludere il suo percorso di transizione, non senza sofferenza e tormento.

photo credits The Danish Girl
photo credits The Danish Girl

Einar sembra non aver via di scampo, è intrappolato in un corpo che non sente suo. Non è un uomo che desidera un altro uomo, anzi probabilmente la cosa lo turba. Non è omosessuale, lui è una donna nel corpo di un uomo, suo malgrado. Einar è transgender, in un periodo storico in cui questo termine non era nemmeno stato coniato.

In questa storia la sottile linea tra caso e destino si confonde. I protagonisti si trovano improvvisamente, per caso appunto, davanti a quello che pian piano diventa il loro destino ineluttabile. Non c’è via di scampo, un evento fortuito apre la strada ad un percorso obbligato e la domanda è: sarebbe comunque accaduto?! 

photo credits The Danish Girl
photo credits The Danish Girl

Mi viene in mente un vecchio proverbio che dice: “ciò che avviene conviene”. Ovvero, le cose quando accadono hanno un senso. Sta a noi coglierlo.

Il dramma di The Danish Girl, non finisce qui, ma ne racchiude in sé almeno altri due.  Il primo è quello della paternità negata. Einar desidera un figlio, ma è costretto a rinunciarvi nel momento in cui sceglie di far posto a Lili. Il secondo è l’amore puro e disinteressato. Gerda prova per la persona che ha sposato un sentimento indissolubile ed incondizionato che la tiene al suo fianco, sino alla fine.

photo credits The Danish Girl
photo credits The Danish Girl

Altre due cose che mi hanno profondamente colpita sono la complicità di questa coppia che, un po’ per gioco, si ritrova a seguire un percorso molto doloroso e il grande coraggio dimostrato da Lili, nonostante tutto.

Voi l’avete visto The Danish Girl? Che ne Pensate? Io mi sono commossa e mi sono interrogata sugli argomenti che ho esposto sopra. Mi capita spesso di chiedermi se esiste un disegno per ognuno di noi o se siamo veramente liberi di poter scegliere e quanto l’ambiente che ci circonda sia in grado di influenzare le nostre vite ed i nostri comportamenti. Mi sono anche chiesta quale sia la differenza tra identità ed aspetto.  Non è forse questa la domanda alla base del personal branding, tanto caro ai blogger? Essere e apparire che valore hanno?

Trovare il coraggio di essere se stessi è quello che conta!

foto d'archivio
foto d’archivio

 

 

I miei consigli di viaggio per la Turchia

Avete deciso o desiderate partire per la Turchia e cercate dei consigli di viaggio?! Bene, siete nel posto giusto!

Sultan Ahmed Mosque -nota anche come Moschea Blu o Blue Mosque-
Sultan Ahmed Mosque -nota anche come Moschea Blu o Blue Mosque-

La Turchia è un Paese splendido ricco di storia e con un patrimonio artistico, culturale ed architettonico enorme. Le varie dominazioni, susseguitesi nel tempo, con le loro molteplici influenze religiose e culturali, fanno della Turchia una terra meravigliosa ed unica.

Quello che mi ha particolarmente colpita, oltre all’immensa bellezza delle sue città, con le moschee e i palazzi, è lo straordinario splendore del suo patrimonio naturale.

In questo post vi fornisco dei pratici consigli per visitare la Turchia:

  • trasporti: la Turchia non è un paese fatto per spostarsi in treno. le distanze da coprire sono enormi tra una località e l’altra e le ferrovie non sono capillari. La cosa migliore è muoversi su strada. Esistono delle compagnie di autobus, ma è preferibile disporre di un mezzo se si vuole girare in autonomia. Noleggiare un’auto ha i suoi vantaggi in termini di libertà di movimento, ma non sottovalutate le distanze e i lunghi tratti lontani dai centri urbani. Un soluzione interessante potrebbe essere quella di aggregarsi ad un tour organizzato (ce n’è per tutti i gusti). Per spostarsi tra le principali città i voli interni sono la soluzione ideale.
  • cibo e bevande: la cucina turca è una deliziosa fusione di sapori orientali, asiatici, mediterranei e balcanici. Tra prodotti da forno, verdure, yogurt, pesce e carne, non resterete a digiuno. Le specialità più note sono il kebap, il simit, il gozleme, i dolma ed i sarma. Melanzane, peperoni, riso, legumi sono ingredienti molto utilizzati. Le bevande più amate il the, il caffè e l’ayran (a base di yogurt).
tipico the turco ad Ankara
tipico the turco ad Ankara
  • lingua: personalmente nelle città e nelle principali località turistiche non ho avuto difficoltà con l’inglese.
  • alloggi: vi suggerisco di scegliere hotel di fascia alta, perché gli standard potrebbero essere diversi da quelli italiani. Se decidete di fermarvi lontano dalle città, assicuratevi che il vostro hotel abbia un servizio ristorante perché potreste non trovare una alternativa all’esterno (soprattutto per la cena).
  • attenti a: le periferie, le stradine isolate nei dintorni delle attrazioni, i luoghi molto affollati come i mercati. Potreste incappare in borseggiatori e ladruncoli. Se viaggiate con un’auto a noleggio e uscite dalle città, occhio alle aree di servizio e rifornimento carburante, non sono ovunque.
  • da fare: la Turchia si presta molto bene ad essere visitata in barca. E’ l’ideale per chi pratica ciclismo e soprattutto mountain bike. Il giro della Cappadocia in mongolfiera, per quanto possa sembrarvi una cosa turistica, è una esperienza veramente indimenticabile.

 

Panorama della Cappadocia
Panorama della Cappadocia

Non mi resta che auguravi buon viaggio e aspettare i vostri racconti al ritorno.

 

 

Il mio viaggio in Turchia (io non ho paura di viaggiare)

Esattamente un anno fa, in questi giorni, stava per iniziare il mio viaggio alla scoperta della Turchia. Un viaggio unico e totalmente insolito per me e per il mio modo di viaggiare. Le motivazioni che mi hanno spinta a partire, ve le spiegavo in uno dei miei primi post su Wanderlust.

Istanbul

Oggi riaffiorano alla mente tutti i ricordi e le sensazioni che la Turchia con la sua straordinaria bellezza mi ha lasciato e ripartirei domani, se potessi. Qualcuno penserà che sono una incosciente, ma io non ho paura di viaggiare anche dopo i terribili attentati degli ultimi mesi. Io non voglio convivere con il terrore.

Cappadocia

Sorseggio la mia tazza di the, mentre scrivo e riguardo le foto. Quanta nostalgia. Della Turchia mi mancano i colori forti, come quelli della frutta sui banchi dei mercati o dei tappeti lavorati a mano; la bellezza mozzafiato di Istanbul e della Cappadocia; il sole caldo di Antalya; la magia del lago salato Tuz Golu che confonde lo sguardo tra acqua e cielo; la bontà dei gozleme nella antica città di Ankara; l’affascinante storia dei Dervisci; l’autenticità dei luoghi e la ruvidezza della gente semplice.

Tuz Golu

C’è una cosa che ho imparato ad Istanbul, che porterò sempre con me: la convivenza pacifica tra culture e credo differenti. L’Hagia Sophia (o Ayasofya in turco), nata in origine come chiesa ortodossa, poi cristiana e successivamente moschea, è un esempio significativo di come le culture e i credo diversi possano convivere in armonia tra loro. Oggi l’Hagia Sphia è adibita a museo e, al suo interno, le raffigurazioni sacre cristiane e musulmane si velano affiancate le une alle altre.

Hagia Sophia

 

Lo straordinario esempio di tolleranza, convivenza pacifica e liberà di espressione che l’Ayasofy, rivela, suscita in me una profonda riflessione su temi di attualità.

La Turchia è un Paese da sempre crocevia di culture, fisicamente a metà tra Europa ed Oriente, dove ancora oggi convivono numerose etnie è teatro di assurdi atti di intolleranza e terrorismo.

Ho amato e amo la Turchia e si, ci tornerei anche domani.

Voi ci siete mai stati? Vi è piaciuta? Come è cambiato il vostro modo di vivere e di viaggiare in questi ultimi anni e soprattutto mesi? Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione, lasciate un commento.

 

 

Come noleggiare una canal boat a Londra (e in UK)

In questo post vi darò preziosi suggerimenti su come noleggiare una canal boat a Londra e nel Regno Unito.

canl boat lifestyle

Vivere su una canal boat è un’esperienza straordinaria. Come ho raccontato nel post precedente, negli ultimi anni, un numero sempre maggiore di londinesi, ha rinunciato ai confort della vita in appartamento, preferendo a questa, quella più spartana delle house boat. Si tratta di una scelta di vita affascinate che tuttavia ha i suoi aspetti critici, se definitiva.

Non è necessario lasciare ogni cosa e trasferirsi nella City per capire di cosa sto parlando. E’ possibile vivere su una canal boat anche per un periodo breve, senza dover necessariamente conoscere qualcuno che ne possiede una.

 

Avete mai pensato di noleggiare una canal boat per la vostra prossima vacanza? Non è indispensabile avere delle competenze particolari per gestirla, basta semplicemente aver voglia di adattarsi un po’, ma il divertimento è assicurato!

moving a canal boat

Facendo delle ricerche in rete non sarà semplicissimo trovare le informazioni necessarie a noleggiarne una, questo perché non tutte possiedono una regolare licenza per l’affitto.

Io ho selezionato per voi i migliori siti dove trovare canal boat a noleggio, sia direttamente da privato che tramite agenzia:

 

 

 

Canal boat experience (vivere Londra in canal boat)

Desideravo provare l’esperienza di vivere Londra in canal boat da molto tempo e finalmente l’occasione è arrivata qualche settimana fa. Il mio 2016 è iniziato alla grande, con il più bello dei viaggi che potessi fare.

canal boat

Una canal boat è come una casa mobile, solo che sta nell’acqua. Al suo interno hai tutto l’indispensabile per vivere, ma sicuramente non lo spazio ed i confort che puoi avere in una casa fatta di mattoni. Diciamo che non è esattamente il Langham Hotel e che per apprezzarla è necessario un po’ di spirito di adattamento, ma vi assicuro che vale la pena provare!

Vi sarà sicuramente capitato di vederne nei canali in nord Europa. Quelle dei Paesi Bassi sono tra le più note. Ad Amsterdam se ne vedono tante, alcune molto belle, tutte piene di fiori colorati, una vicina all’altra. Normalmente le, così dette, house boat olandesi restano ferme lì dove sono ormeggiate, mentre a Londra la maggior parte di esse si sposta continuamente lungo i canali.

Negli ultimi anni sempre più persone residenti nella City hanno scelto di vivere stabilmente in una canal boat. Una delle ragioni più comuni che ha contribuito all’incremento di questa tendenza è il costo delle abitazioni. Gli affitti sono alle stelle e accedere ai mutui per acquistare casa non è semplice, soprattutto per i single. Così, molti trovano nelle canal boat una soluzione più economica per vivere in centro.

canl boat lifestyle

La vita in canal boat, sebbene affascinate per molti aspetti, non è sicuramente per tutti. Innanzitutto, come dicevo prima, richiede una certa capacità di adattamento. Quotidianamente bisogna fare i conti con problemi pratici come l’energia elettrica che arriva dalle batterie collegate al motore o dai pannelli solari, le bombole di gas per il riscaldamento e la cucina che vanno sostituite periodicamente, l’approvvigionamento dell’acqua, lo scarico delle acque reflue, ecc. Insomma non ti fai la doccia la mattina se prima non hai riscaldato l’acqua per almeno una buona mezz’ora (io non lo sapevo e me la sono fatta bella fredda la prima mattina. Non la inserirei tra le 10 cose che preferisco fare a gennaio). Se i pannelli solari non sono belli carichi, il tuo smartphone resta a terra e comunque difficilmente puoi caricare tablet, telefono, computer, batteria esterna e usare il phon contemporaneamente, per tre ore di fila. Quando torni a casa la sera, il riscaldamento non sarà partito prima che tu non lo abbia acceso manualmente (il che vuol dire che potrebbero non esserci 20°, ma forse nemmeno 10°).

canal boat 1

Eppure, nonostante tutto, per me la vita in canal boat è meravigliosa! E’ un po’ come essere sempre in vacanza. Tra boaters ci si conosce, ci si aiuta, come in un camping d’estate. La comunità dei London boaters si espande anche sui social media con gruppi e pagine.

Riscaldarsi con una tazza bollente di the ed un plaid, la pioggia che batte sul tetto, il suono del vento, i passi di chi, nella notte, cammina sulla tua boat per raggiungere la sua, per me sono sensazioni indescrivibili.

moving a canal boat

Come vi dicevo, la particolarità delle canal boat londinesi è che, nella maggior parte dei casi, non sono fisse, ma navigano per i canali. Anche questa è una conseguenza dei costi. Gli ormeggi stabili costano cari, mentre la circolazione è totalmente gratuita. Per questo un gran numero di canal boat, non pagando un posto fisso, gira continuamente e, al massimo, ogni due settimane deve spostarsi per raggiungere un nuovo punto di sosta.

Regent Canal

Tra i punti più di stop più noti ci sono il Camden Lock in Camden Town ed il Regents Canal in Kings Cross.

Costi a parte, vivere in una canal boat è uno stile di vita, una scelta precisa che puoi fare solo se ti piace.

Conosco diverse persone che hanno scelto di vivere in canal boat o che ne possiedono una, ma quella in cui ho alloggiato io è veramente speciale. Se volete saperne di più, date uno sguardo a questo reportage del The Guardian e guardate il video per vedere com’è al suo interno e conoscere il proprietario.

Vi piacerebbe provare questa esperienza straordinaria? Avete mai pensato di noleggiare una canal boat per la prossima vacanza? Volete sapere come fare?

 

 

 

Il mio soggiorno al Langham Hotel London

Prima di svelarvi tutto sulla mia esperienza in canal boat (che è stato il vero motivo del viaggio a Londra) vi parlerò del mio soggiorno al Langham Hotel

Perché abbia scelto questo meraviglioso hotel, ve l’ho già spiegato su trippando.it, ora voglio raccontarvi come è andata.

Non mi stancherò mai di scoprire una città tanto grande ed in continuo mutamento come Londra. I punti di vista da cui guardarla sono infiniti ed io penso di averne scoperti solo alcuni, tra questi c’è sicuramente la Londra elegante degli hotel di lusso.

photo credits The Langham Hotel
photo credits The Langham Hotel

Il Langham è uno degli hotel più rappresentativi della città, è stato il primo Grand Hotel d’Europa. Il suo palazzo in stile vittoriano è uno degli esempi più importanti di architettura inglese di quell’epoca, qui è nato il rito dell’afternoon tea (il the del pomeriggio) e Napoleone l’ha scelto come residenza per il suo esilio.

Potevo resistere al suo fascino?! Ma certo che no!

Sono arrivata al Langham in un piovoso tipico venerdì londinese, ho posato il mio bagaglio, in attesa che la mia stanza fosse pronta per le 15:00 e nel frattempo mi sono lanciata in una mattinata di shopping sfrenato in Regent Street.

L’hotel, si trova in Portland Place, affacciato alla chiesa di All Souls, proprio all’inizio di Regent Street, la principale via dello shopping, quindi vicinissimo anche a Soho.

A pranzo mi sono fermata da Franco Manca, la pizzeria più famosa di Londra. Ce n’è una proprio a Soho, in Berwick Street. Non amo mangiare cibo italiano all’estero, ma in questo caso ho fatto un’eccezione. Avevo sentito parlare di questa pizzeria che pare sia ormai un must nella City e, passandoci proprio vicino, non potevo non provare. Devo dirvi che è stata un’ottima scelta.

photo credits The Langham Hotel
photo credits The Langham Hotel

A questo punto, la mia stanza era pronta e sono stata accolta con estrema cordialità. Fa piacere sentirsi coccolati in hotel, soprattutto quando si viaggia da soli o si è in giro a lungo.

Dopo una breve sosta in camera, giusto il tempo di gustare la frutta fresca ed i deliziosi macarons di cui mi hanno omaggiata,  mi sono preparata per un pomeriggio di relax. La Chuan Spa mi aspettava ed io non mi sono fatta attendere.

photo credits The Langham Hotel
photo credits The Langham Hotel

Il wellness club del Langham, con la sua bellissima Spa, ispirata ai valori della filosofia del benessere e della medicina tradizionale cinese, la biosauna con sali dell’Himalaya, la piscina e la zona fitness TechnoGym, sono un vero paradiso nel centro di Londra.

Io mi sono persa qui per qualche ora, per l’esattezza tutto il pomeriggio. Non avrei potuto chiedere nulla di meglio.

Ci credete che i miei amici sono venuti a trovarmi e hanno preso un drink all’Artesian, l’elegantissimo bar dell’hotel, mentre io non sono riuscita a schiodarmi dalla Spa?!

photo credits The Langham London
photo credits The Langham London

Erano ormai quasi le 8:00 di sera quando mi sono trascinata in camera, non dopo essermi persa per i labirintici corridoi che portano alla Regent Wing, l’ala dell’hotel che si affaccia su Portland Place, dove si trovava la mia Grand Executive Room.

photo credits The Langham Hotel
photo credits The Langham Hotel

Per fortuna ho ritrovato la via in tempo per un bicchiere di champagne ed un complimentary evening canapés al Club Lounge. Questo servizio extra, offerto da molti hotel di lusso, è una delle facility che più apprezzo e che mi è capitato di trovare spesso a Londra. L’accesso a quest’area riservata ti permette di rilassarti a qualsiasi ora davanti ad un drink, di gustare una sempre variegata selezione di proposte culinarie, di dedicarti alla lettura o addirittura di rinfrescarti in caso di late check out.

Dopo una giornata così, cos’altro si può desiderare? Un letto, no?! Eh si, dopo un sonno rigenerante, in un fantastico king size double bed, l’avventura stava per iniziare.

photo credits The Langham London
photo credits The Langham London

Prima, però, una ricca colazione a base di frutta e muffin al cioccolato. Poi, una nuotata in piscina per dare energia alla giornata.

photo credits The Langham Hotel
photo credits The Langham Hotel

Credetemi, io dal Langham non sarei più andata via, ma una canal boat mi aspettava lì fuori ed io sognavo questo momento da tempo.

 

 

 

 

 

 

Il mio primo viaggio del 2016? Londra!

Ho scelto Londra come meta del mio primo viaggio 2016,  all’improvviso . Non avevo programmato un viaggio a gennaio né, tanto meno, di partire per Londra, ma le cose, si sa, accadono quando meno te lo aspetti. In realtà la maggior parte dei miei viaggi arriva d’impulso, come un po’ tutta la mia vita. Si dice che il ciabattino va sempre scalzo ed è proprio vero. Ho la forma mentis dell’organizzatore quando si tratta del mio lavoro o meglio di quello che un tempo era il mio lavoro. Per il resto, la mia vita, mi piace viverla come viene… spettinata, come sono io!

Regent Canal

Ho letto su Facebook (grazie Mark Zuckerberg) che un amico vendeva la sua canal boat e gli ho scritto dicendogli che non poteva darla via prima che io la salutassi, poi ho dato un’occhio ai voli Ryanair (per fortuna che esiste) e guarda caso le tariffe erano really cheap. Che fai, non parti? Certo che parti!

A voi piace Londra? Io non saprei descrivere esattamente quello che sento per questa città, ma posso dirvi che mi colpisce, mi inebria, a tratti stordisce. Mi rapisce, mi affascina, mi toglie il fiato, ma è una boccata di ossigeno. Mi diverte e mi sorprende. Mi ruba il cuore ogni volta ed io torno a riprendermelo, ma puntualmente lui resta li. Mi attrae e mi respinge allo stesso tempo.

Credo di vivere con questa città una storia romantica, nel senso letterario del termine.

Hyde Park

Londra per me è Hyde Park in una giornata grigia, Hampstead Park col sole, Camden Town con i suoi colori, litri di birra, i beef burgers più buoni del mondo, le note di una nuova canzone, millions of pigeons, i barbecue dove parli con tutti, le passeggiate lungo i canali, i festival d’estate, il caffè bollente la mattina, il the a tutte le ore, la libertà e l’amore.

Samuel Johnson (poeta, scrittore e critico, padre del vocabolario inglese)  scriveva: “quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita, perché a Londra si trova tutto ciò che la vita può offrire”.

Bene, io sono partita! Volete sapere cosa è successo?